LA FECONDITA’ DEL CRISTIANESIMO CHE “RIMANE” – domenica 29 aprile 2018

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 1-8)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Il cristianesimo spesso è vissuto in maniera momentanea ed emotiva. E’ questo il modello cui tanti si rifanno. E’ il cristianesimo degli smile e dei sorrisi che sembrano stamparsi sui volti dei tanti per indicare i modelli di un amore poco incisivo che con le sue faccine poi diventa solo facciata. E’ un cristianesimo di convenienza ed è assolutamente demotivante.
Il cristianesimo che “rimane” è, invece fecondo. Infatti, partendo dalla considerazione biblica che soltanto Dio rimane perché è una roccia (Sal 141) e dimora (Sal 84) ed è eterno (Dan 6,27), il vangelo di Giovanni fa’ di questo verbo (moné) il suo nucleo centrale.
Dio rimane perché pone la sua tenda in mezzo agli uomini (Gv 1,31), è Lui che rimane in eterno (Gv 12,34) e che prepara una casa ai suoi discepoli per mezzo dello Spirito (Gv 14,2). Per questo aveva già proposto ad Andrea e allo stesso Giovanni di rimanere con Lui (Gv 1,38), perché chi rimane con Lui, è il tralcio fecondo che porta frutti di amore.
Tutto ciò richiede il passaggio del non vivere il cristianesimo da solo, ma di essere parte integrante della comunità passando dalla sterilità alla fecondità. Il tutto permette di diventare discepoli fecondi della Parola e generatori di salvezza. Il Vangelo non è una notizia da barattare, ma un’esperienza da vivificare attraverso una generosità incondizionata.
I grappoli della fecondità sono generati in comunità vivono e che si vivificano in famiglie aperte all’accoglienza e si rigenerano in esperienze alternative di vagiti che stimolano a fecondare il mondo. Sono i grappoli non lasciati marcire sotto il sole, né trattati con i pesticidi inquinanti, ma quelli derivanti dalle attenzioni che sono “ali di riserva” e che non hanno a che fare con i compromessi delle spartizioni di potere a livello economico e politico. Sono i grappoli che non rimangono acini singoli nei panieri di qualcuno, ma che sulle tavole di tutti sono il segno di quelle croci non lasciate per bella mostra sui calvari delle indifferenze. I grappoli fecondi sono le croci sradicate dalle strade delle indifferenze e che finiscono per santificare anche gli specialisti delle perplessità dove tutto diventa esperienza di fede rapportata all’attenzione verso gli ultimi; agli ammalati; alla vita nascente da non deturpare in qualche cassonetto di spazzatura o nei bidoni dei rifiuti delle sale operatorie; a un’educazione cristiana dei giovani affinché siano testimoni del Vangelo e non superficiali cristianelli del quieto vivere e per ricominciare il giorno seguente a quello passato.
Chi rimane legato al tronco diventa fecondo e rompe il muro delle comodità generando frutti ottimi.
La Chiesa delle e/vocazioni e delle drammatizzazioni comincia così a diventare comunità delle rinnovazioni, dove più che creare città cementate e blindate, più che perpetuare un’agricoltura redditizia e poco attenta alla salute umana diventa una comunità di schiodanti che non sono scomodanti ma amanti di Cristo e di ciascuno in particolare perché i suoi frutti rimangono per sempre.
Il vostro parroco
Antonio Ruccia