
+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Sembrerebbe essere una questione grammaticale dire che amare è modo infinito. In realtà, se provassimo a parlare di amare e collocassimo questa parola nel contesto della proposta evangelica di Gesù, ci accorgeremmo subito che non è un semplice modo grammaticale. Si tratta di ben altro: non stancarsi mai e lavorare all’infinito per costruire un futuro stupendo per l’umanità.
Già il Cantico dei Cantici parlando dell’amore che la sposa ha per il suo sposo affermava: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio. (8, 6-7)
Farisei e Sadducei, fazioni contrapposte pronte ad emergere nel contesto delle dinamiche politico-religiose d’Israele, avevano trovato in Gesù un nemico comune da combattere. Fanno di tutto per colpire il Nazzareno e i suoi seguaci. I primi perché hanno paura di perdere il potere del Tempio e di essere defenestrati da quello che da sempre era il luogo per eccellenza per gli Ebrei. Gli altri, per lo più appartenenti all’aristocrazia sacerdotale, grandi proprietari terrieri e membri di famiglie ricche e potenti di Gerusalemme tanto che gestivano il Sinedrio e collaboravano con il potere romano per proteggere i loro privilegi economici e sociali, e che accettavano solo il Pentateuco, ovvero i primi cinque libri della Bibbia, rifiutando i Profeti e gran parte delle tradizioni orali dei Farisei e negando la risurrezione dei morti, avevano timore che potessero perdere tutti i loro privilegi.
Alla domanda concordata tra loro e posta a Gesù circa il più importante tra i comandamenti, Gesù risponde con una nuova proposta che mira a mostrare la strada da percorrere per amare Dio e amare il prossimo.
Usare cuore, anima e mente, che vuol dire amare Dio con il corpo, l’intelligenza e lo spirito e amare il prossimo come ognuno ama sé stesso, non solo mette in crisi tutti, ma segna indelebilmente le scelte di ciascuno. Il vero problema non è come amare, ma perché amare Dio e il prossimo.
Amare vuol dire avere la consapevolezza che nessuno nasce per essere uno schiavo di Dio o di qualcuno e che è necessario acquisire il concetto di amare superando individualismo ed egoismo; rigettare la cultura dell’usa e getta; rifiutare la ricerca del benessere senza sprecarsi e soprattutto vivendo da parassita; non confondere i legami umani con le relazioni online.
Inoltre, amare il prossimo vuol dire non operare per un tornaconto, ma scoprire giorno dopo giorno di essere disposti a stare con gli altri e a operarsi per gli altri, soprattutto nei momenti difficili della vita. Amare il prossimo non vuol dire fare un’azione per sentirsi appagati, ma diventare donanti. Donare sé stessi senza paura di perdere nulla.
Se amare è un modo infinito a livello grammaticale, ancora di più dobbiamo capire che amare è qualcosa che non ha tempo. Amare non è un possesso, è un dono.
Ecco perché “amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. Desiderare la felicità dell’altro. Rispettare il suo destino. E scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione“(Don Tonino Bello).
Chi compra o vuol comprare l’amore di Dio e l’amore del prossimo non è una persona libera: è uno schiavo di sé stesso e della società.
Dio non si compra. Lui dona all’infinito e chiede a noi di fare lo stesso per essere persone libere e con la schiena dritta che amano all’infinito.
Il vostro parroco
Antonio Ruccia