DA STANZIALI A SPAZIALI – CORPUS DOMINI 2024

DA STANZIALI A SPAZIALI – CORPUS DOMINI 2024

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 14, 12-16. 22-26)


Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

È una semplice domanda quella dei discepoli che chiedono a Gesù il luogo dove celebrare la Pasqua. Gesù non sembra temere nulla, nonostante l’enorme trambusto che già aveva provocato il suo ingresso festoso a Gerusalemme e il suo non essere integrato nella Legge e nelle logiche del Tempio. 

​La sua è una risposta precisa: in città e precisamente in una stanza al piano superiore, arredata e pronta già per la cena. 

​I discepoli avevano chiesto dove fosse il luogo, Gesù risponde indicando uno stile di vita nuovo.

Uno stile non più secondo le rigide consuetudini delle famiglie ebraiche che si riunivano in clan, ma secondo una prassi che diventerà storia. Gesù stava inaugurando una nuova comunità fatta da uomini diversi provenienti da luoghi diversi che insieme avrebbero dovuto condividere un pane e un calice che avrebbero dovuto“consegnare” al mondo. 

​Gesù chiede loro di passare dalla stanza alla sovrabbondanza. Quella cena doveva segnare il passaggio da un luogo circoscritto a mondo allargato. Èil passaggio dallo stare all’essere, dalla singolarità alla molteplicità, dal piccolo al grande. 

​E fu così che “mentre mangiavano” prese il pane, lo spezzò e lo consegnò. Anzi, “mentre mangiavano” si spezzò e si consegnò a ciascuno di loro. Non si trattava di un gesto. Quello era un donarsi. Era la sovrabbondanza di un dono che mostrava l’amore di Dio che non ha limiti e che non può circoscriversi in un luogo o essere semplicemente il memoriale di un passato. È l’esperienza in itinere di una presenza viva della stessa persona che chiede di renderlo vivo nel mondo. 

​E continuò versandosi nel vino.

Quel segno dell’Alleanza sancita con il sangue antico degli animali diventava segno di un nuovo patto d’amore. Si trattava di un dono fatto per molti. Non era uno spreco, ma un’abbondanza di amore. Soprattutto non era un patto privato, ma un’esperienza di vita per l’umanità. 

​Se il sangue in ogni cultura è segno di vita, il sangue di Gesù sovrabbonda di amore per tutti. Un patto nuovo di alleanza d’amore. Gesù è un martire per l’umanità e questo mostra l’immenso dono di amore che ha nei confronti dell’umanità stessa: il suo versarsi, prima sulla tavola della Cena e poi sulla croce della periferia di Gerusalemme, non è un soffrire, ma un offrire.

​A noi chiede di essere cristiani che sovrabbondano di amore. Il nostro posto è quello di testimoni di vita e di sovrabbondare nell’amore verso tutti, avendo la consapevolezza che non basta andare a Messa per essere cristiani, ma non si può essere cristiani senza andare a Messa. 

​È dal donarsi e dal versarsi che deve nascere l’esperienza della Chiesa che sovrabbonda e che non ha paura di vivere il suo essere dono a favore dei bambini abbandonati, delle donne maltrattate, delle giovani raggirate, dei poveri evitati e tenuti a debita distanza, della pace e della giustizia e di ogni forma si servizio che chiede presenza viva nel mondo. 

​Bisogna uscire dalla stanza, scendere nella piazza e versarsi come dono vivente per riempire gli spazi di vuoto di un’umanità spesso egoista e poco incline a donarsi. Non basta essere cristiani in un luogo, ma bisogna diventare cristiani del mondo versandosi sempre per amore come Gesù e passando da stanziali e spaziali. 

Il vostro parroco

Antonio Ruccia