
Dal vangelo di Giovanni (Gv 6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»
Il verbo “impastare” fa subito pensare al gesto del panificatore o a quello della massaia che con farina, acqua e un pizzico di lievito creano il pane. Il pane sin dall’antichità (si pensa che il pane più antico di cui si abbia certezza risale circa al 12000 a.C. ed è stato ritrovato in Giordania: veniva preparato macinando fra due pietre una miscela di cereali mescolata con acqua. L’impasto finale veniva cotto su una pietra rovente) era e resta l’alimento essenziale per la vita dell’umanità.
Gesù dicendo di essere Lui il pane della vita eterna, mette in chiaro che il suo ruolo non è quello di sfamare corporalmente l’umanità, ma chiede che ci si coinvolga nella Sua storia e che la si attualizzi.
Il contesto è quello immediatamente successivo alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dinanzi alla folla affamata non disdegna di moltiplicare cinque pani e due pesci, ma chiarisce che questo è solo un andare incontro al bisogno. Un bisogno materiale che richiede un ulteriore passaggio.
L’espressione dell’evangelista Giovanni: “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” è determinante per capire quanto Gesù compie e chiede a noi di fare.
Il termine “corpo” traduce il greco “soma” e quello di “carne” traduce “sarx”. Chiarisce che non basta sfamarsi, ma è necessario compenetrarsi. Non basta la materia per fare il pane, ma è necessario impastarsi per diventarlo.
Lo aveva detto già Jahvé all’inizio della creazione. L’uomo e la donna non dovranno essere corpi che si accoppiano, ma chiamati a diventare una sola carne. Proprio come ha fatto Gesù: Lui non ci ha lasciato un pane per sfamarci, ma si è impastato con l’umanità fino al punto di donarsi completamente a ciascuno.
Si tratta di diventare “carne per il mondo”. Tutto ciò con l’Eucarestia in cui il cristiano è chiamato a rendere concreto e visibile il Cristo nella quotidianità della storia. È questa una novità stravolgente. Non basta cibarsi della manna, ma è necessario impastarsi per cambiare il corso della storia verso il bene.
Con l’Eucarestia nasce il tempo di chi crede che è necessario scrivere con la nostra vita quello che Gesù ha fatto.
È il momento di una fase nuova in cui dopo aver ascoltato Gesù è necessario realizzare il suo messaggio impastandosi attraverso una maggiore conoscenza della sacra Scrittura, riempiendo gli spazi di una cultura della morte di cui si riveste la nostra società e rilanciando la centralità della famiglia e della vita.
È proprio con l’Eucarestia che è possibile impastare una storia nuova con la forza del Vangelo.
Il vostro parroco
Antonio Ruccia