
Dal Vangelo di Matteo (10,26-33)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.»
I Dodici dopo aver ricevuto da Gesù la promessa che sarebbero stati proprio loro a mostrare le novità del pensiero da Lui trasmesso, si ritrovano a dover fare i conti con qualcosa a cui nessuno di loro aveva pensato. Pur avendo le garanzie di essere annunciatori affidabili del Regno, di poter compiere azioni di cura e guarigione nei confronti dei malati, Gesù preannuncia loro le persecuzioni che dovranno subire. Lo dice senza mezzi termini: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi … Gli uomini vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle sinagoghe, e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia» (Mt 10,16-18).
Una sequela strana che li avrebbe visti coinvolti totalmente fino a partecipare alla sua passione, passione del giusto perseguitato ingiustamente da quanti non sopportano il suo fare bene (cf. Sap 2). Con tanto di “imprimatur” su quanto detto, Gesù ribadisce che, come Lui avrebbe sofferto, anche i futuri cristiani avrebbero sofferto, perché «il discepolo non è da più del maestro» (Mt 10,24) e «se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Una realtà vissuta dai primi cristiani (cf. 1Pt 4,12-19) ma anche oggi sia nelle realtà missionarie, sia nelle grandi aree delle città delle nostre realtà occidentali.
In tanti oggi si ritrovano a fare i conti con quella crisi post Covid-19 che ha letteralmente scoperchiato il “vaso di Pandora”, in modo particolare la Chiesa, una Chiesa sterile, spesso assente e soprattutto incastrata nelle semplici celebrazioni sacramentali a cui manca il senso di comunità. Inoltre, il rapido progredire dell’AI, sebbene offra grandi opportunità, si scontra con una Chiesa che si è ritrovata di fronte a criticità e problematiche vaste che toccano ambiti etici, sociali, legali e tecnici senza saper dare delle risposte.
Gesù però non si limita a prospettare agli apostoli solo le ostilità. Indica la strada della “parresia”. Una franchezza che spiazza e che sprona ad avere il coraggio di testimoniare il Vangelo annunciandolo con gioia e senza paura. Una proposta che richiede di far riemergere quei valori non negoziabili come vita, famiglia, servizio, in dialogo e sintonia con l’era della post-globalizzazione che non trova terreno fertile, ma che è quel seme che dev’essere continuamente gettato nei solchi della storia.
La parresia richiede una fede comunitaria, un Vangelo da non incatenare e una voce che non resti afona.
Gesù chiede agli apostoli prima, ai discepoli dopo e a noi oggi di essere annunciatori fedeli e credibili, senza indietreggiare, né scendere a compromessi. Nel non “abbiate paura”, Gesù invita a generare una Chiesa dell’inclusione e dell’accoglienza. A superare l’idea della Chiesa dell’isolamento, del trasformismo e del proselitismo e ad annunciare che Cristo è vivo.
Di fronte alle nuove forme di criminalità ideologica che tendono ad annientare il Vangelo di Cristo e la Chiesa come casa di tutti e per tutti; di fronte alle nuove ideologie massimaliste basate esclusivamente sullo strapotere economico, l’annuncio del Vangelo richiede che si superino le paure incontrando i ragazzi e i giovani dove loro si incontrano e mostrando il volto accogliente e buono di Cristo che cammina ed eleva la dignità umana.
Non dobbiamo avere paura di annunciare che Cristo non condanna, ma propone e ripropone una strada di amore
non consultabile tra le pagine dei social, ma nei gesti e nel dono fatto a tutti, proprio come Lui ci ha insegnato.
Il vostro parroco
Antonio Ruccia