
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12°)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Sembra strano parlare di una piazza mentre il brano del Vangelo fa riferimento ad una montagna da cui Gesù, il Nazzareno un po’ rivoluzionario e certamente fuori dagli schemi tradizionali del giudaismo del Tempio, pronuncia un discorso nuovo senza paura di essere frainteso. Sarebbe opportuno parlare di un discorso che nasce sulla montagna e che scende fino a valle. O meglio ancora, per qualcuno/a, sarebbe il caso di parlare di “manifesto di area cristiana” in cui si cerca di invertire la rotta ad una nave che sembra andare a picco per i notevoli problemi che deve affrontare.
Eppure, se ci pensiamo bene, l’agorà (la piazza) nell’antica Grecia era il luogo principale della città. La cosiddetta “polis” aveva il suo centro di vita politico-economica proprio nella piazza e non vi era spazio per luoghi di culto all’interno di essa.
Le Beatitudini, quelle pronunciate da Gesù sulla collina che si affacciava sul lago di Tiberiade, sono la piazza nuova in cui vivere, lo spazio aperto sul mondo da occupare con “templi vivi”
, con persone vestite in abito feriale e che abbiano il coraggio di santificarsi con il mondo rendendolo “Chiesa aperta”.
Il discorso di Gesù è il passaggio dal Tempio alla piazza. È in questa piazza che non è virtuale, ma reale, dove la gente prova a diventare “santa” con le mani vuote e il coraggio del messaggio evangelico, in cui anche le barriere vengono distrutte e i piccoli non sono più i residui dell’umanità. È la piazza in cui gli affamati e quelli che non hanno accesso all’acqua potabile non devono elemosinare un loro diritto, ma trovano sostegno nei tanti che con coraggio porgono la loro mano per aiutarli e non dimenticano di alzare l’altra mano per elevare preghiere al Dio dell’amore.
La piazza delle Beatitudini non è quella della fuga dal mondo, ma esattamente quella in cui si ingloba il mondo affinché vengano abbattute le differenze e soprattutto le indifferenze.
Ne deriva
che …
la giustizia e la mitezza si raggiungono con coloro che s’impegnano a costruire una società che ribalta le regole della forza e dei soprusi; dove i primi sono sempre quelli che stanno dietro, che rifiutano la violenza verbale e materiale; quelli che non tacciono, ma propongono esperienze di rinascita;
la pace è fatta da coloro che, guardando al Crocifisso di Gerusalemme ingiustamente condannato, non reagiscono con la forza della violenza, ma sono proiettati a risolvere i conflitti. Non sono i pacifisti-parolai, ma i disarmanti che hanno il volto segnato dall’amore; che continuano a dare da bere a Gesù quando invoca un goccio d’acqua dalle croci che sono ancora innalzate sulle strade del mondo; sono quelli che cercano di dare amore ai tanti disperati ed umiliati al fine di promuoverli e riscattarli;
i poveri (in spirito) in questa piazza non sono gli straccioni e neanche quelli vestiti per le conferenze sulle povertà, ma i tanti educatori che promuovono le vie della sobrietà, i genitori che non concedono tutto e i tanti che lottano contro le disuguaglianze.
La piazza delle Beatitudini è quella in cui s’incontrano i santi e quelli non tanto santi. Santi di quella Chiesa che è pronta ad agire con la piccolezza e la “laicità” battesimale perché appartenenti a quella schiera che ha deciso di non far parte di coloro che solitamente possiedono e appaiono, ma di quelli che si vestono di servizio. Un popolo di giovani di frontiera, di medici dalle tasche bucate, di genitori che amano oltre ogni limite, di presbiteri che non si arrendono anche quando sono ritenuti inutili, di ammalati che offrono la loro sofferenze per i diseredati e gli abbandonati.
La piazza delle Beatitudini è una piazza aperta
dove non mancano gli spazi di vita e dove ognuno è sempre accolto nel nome di Gesù che per la piazza gremita di persone ha dato la vita.
Il vostro parroco
Antonio Ruccia